
Se dopo i Grammy e il Super Bowl ti sei chiestə chi fosse quell’uomo capace di catalizzare attenzione, meme, titoli e milioni di streaming in poche ore, la risposta è una sola: Bad Bunny. Non è solo un artista. È un fenomeno culturale globale.
Nato a Vega Baja, Porto Rico, nel 1994 come Benito Antonio Martínez Ocasio, Bad Bunny è il volto più riconoscibile dell’urban latino contemporaneo. Rapper, cantante, produttore, performer, wrestler e attore: una figura fluida, che attraversa linguaggi e mondi senza mai chiedere il permesso. La sua ascesa inizia lontano dai riflettori, su SoundCloud, mentre lavora come cassiere in un supermercato. Da lì in poi, la traiettoria è vertiginosa.
Il grande pubblico internazionale lo scopre tra il 2017 e il 2018 grazie a collaborazioni diventate immediatamente iconiche: I Like It con Cardi B e J Balvin, MÍA con Drake. Ma è con X 100pre che Bad Bunny mette un punto fermo: non è una meteora, è un autore con una visione. Da quel momento in poi, ogni uscita è un evento, ogni album una dichiarazione d’intenti.
Il 2020 segna la consacrazione definitiva. Bad Bunny è sul palco del Super Bowl, pubblica YHLQMDLG ed El último tour del mundo, e diventa il primo artista a portare un album interamente in spagnolo in cima alla Billboard 200. È anche l’anno in cui Time lo inserisce tra le 100 persone più influenti al mondo. Non perché “latino”, ma perché universale.
Poi arriva Un verano sin ti (2022): un disco che non solo domina le classifiche, ma ridefinisce cosa può essere il pop globale oggi. È l’album più ascoltato dell’anno negli Stati Uniti, il più performante a livello mondiale, e il simbolo di un’estate che mescola malinconia, politica, desiderio e appartenenza. Bad Bunny canta Porto Rico, ma parla a tuttə.
Parallelamente alla musica, costruisce un’immagine pubblica potentissima. Smonta l’idea tradizionale di mascolinità: unghie smaltate, gonne, couture, streetwear, Calvin Klein. È co-presidente del Met Gala, volto di campagne virali, icona fashion studiata e imitata. Non provoca: normalizza. E in questo sta la sua forza.
C’è poi l’attivismo. Bad Bunny usa la sua voce per denunciare le ingiustizie a Porto Rico, dalla gestione dell’energia elettrica dopo l’uragano Maria alla corruzione politica. Fonda la Good Bunny Foundation, prende posizione sui diritti LGBTQ+, critica apertamente chi marginalizza la sua terra. La sua musica non è mai disinnescata: è pop, sì, ma profondamente politica.
Nel 2025 pubblica Debí tirar más fotos, un album che mescola salsa, dembow, techno e memoria collettiva, e annuncia un tour mondiale che tocca Europa, America Latina e Asia. Cancella invece le date negli Stati Uniti, per protesta contro le politiche migratorie. Una scelta che dice molto di chi è oggi Bad Bunny.
Bad Bunny non sta “facendo impazzire il mondo” per caso. Sta semplicemente mostrando che si può essere globali senza smettere di essere radicalmente sé stessi.

Dalla tribou di Zazibou