Dal 17 gennaio al 22 marzo 2026 il Museo Civico Medievale di Bologna accoglie L’ornamento non è più un delitto, mostra personale di Alessandro Moreschini a cura di Raffaele Quattrone, realizzata in collaborazione con Ehiweb e Pasöt. Il progetto rientra nel programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026, il palinsesto promosso dal Comune di Bologna in occasione di Arte Fiera, e inaugura sabato 17 gennaio alle ore 17.30.
Il titolo trae origine da un’affermazione di Renato Barilli, formulata nel 2020 in un testo dedicato a Lily van der Stokker e allo stesso Moreschini: una frase che da enunciato critico diventa qui dispositivo curatoriale e chiave di lettura. L’ornamento non è più un delitto propone infatti una rilettura della tradizione decorativa come gesto etico, pratica di attenzione e di cura, capace di riattivare una relazione sensibile con il mondo e con gli oggetti che lo abitano.
Alessandro Moreschini (Castel San Pietro Terme, 1966) percorre da tempo una traiettoria appartata e rigorosa, distante tanto dalle ascetiche del minimalismo quanto dalle seduzioni dell’ipertecnologia. Nel suo lavoro l’ornamento non è un’aggiunta, ma una forma di pensiero; non un rivestimento, ma una rivelazione. Le superfici meticolosamente lavorate – trame vegetali, iperdecorazioni, pattern minuziosi – non si limitano a ricoprire gli oggetti, ma li trasformano, generando microcosmi silenziosi in cui la materia sembra acquisire una propria respirazione interna.
Già alla fine degli anni Novanta Barilli aveva individuato in Moreschini una voce originale del panorama italiano, includendolo nella storica collettiva Officina Italia e riconoscendo in quel rigore decorativo una forza “irradiante”, una “preziosa limatura di ferro”. Oggi quella intuizione trova una piena maturità in una ricerca che ha saputo svilupparsi con coerenza, mettendo a fuoco la dimensione politica e affettiva dell’ornamento, storicamente marginalizzato dal canone occidentale come elemento superfluo o sospetto.
Nel lavoro di Moreschini, l’ornamento riemerge come linguaggio glocal: aperto alle culture visive non egemoniche, al desiderio, alla spiritualità, alla dimensione emotiva dello sguardo. Un’arte solo apparentemente “debole”, priva di monumentalismo, ma in realtà radicale nella sua prossimità e nella capacità di ricucire i nessi tra corpo, oggetto e ambiente.
Il Museo Civico Medievale si configura come contesto ideale per questo progetto. Spazio stratificato per eccellenza, abitato da oggetti votivi, miniature, ori e preziosità minute, il museo interroga da secoli il potere evocativo delle superfici e il loro rapporto con il sacro e il simbolico. Le opere contemporanee di Moreschini si inseriscono in questo tessuto senza competere con i reperti storici, attivando piuttosto un dialogo osmotico, fatto di risonanze sottili, in cui luce, colore e ritmo decorativo diventano ponti tra epoche e sensibilità differenti.
Il percorso espositivo, articolato in diversi ambienti, accoglie interventi pensati come presenze integrative e non invasive: opere che si insinuano tra le architetture e gli oggetti del passato, stabilendo legami inattesi. Non un nuovo museo che si sovrappone all’esistente, ma un museo “interno”, emotivo, che si rivela attraverso dettagli, riflessi, vibrazioni capaci di rallentare lo sguardo e restituire tempo all’osservazione.

Dalla tribou di Zazibou