
Il trauma della nostalgia colpisce sempre quando meno te lo aspetti, magari mentre navighi tra i titoli on demand in cerca di qualcosa che possa condurti tra le braccia di Morfeo. Questa settimana è toccato a C’era una volta Pollon. Siamo tornate sull’Olimpo con le migliori intenzioni, cariche di quel ricordo nostalgico e di sigle che si incollano al cervello per ore. La domanda, però, è sorta spontanea dopo i primi cinque minuti: perché lo amavamo così tanto? E soprattutto: com’è possibile che non avessimo notato quanto fosse irritante?
Da piccoli, Pollon rappresentava una beniamina indiscussa. Aveva un nonno che comandava il fulmine (anche se era un maniaco molesto), un papà con le ali e una vitalità che sembrava il massimo della libertà. Volevamo essere lei, volevamo risolvere i problemi degli Dei e, ammettiamolo, bramavamo tutti quell’amicizia magica con Eros. Quell’allegria ci bastava, era rassicurante e riempiva i pomeriggi davanti alla TV.
Riguardare le sue avventure oggi, con la stanchezza di chi conosce il sudore del lavoro, cambia radicalmente la prospettiva.
Non è che il cartone sia diventato brutto da un giorno all’altro. Semplicemente, siamo noi a non possedere più la tolleranza necessaria per una ragazzina che corre in tondo gridando. L’opera rimane un pilastro della nostra memoria collettiva, un esperimento surreale e psichedelico che oggi non supererebbe mai i filtri di nessuna produzione televisiva. Tuttavia, per preservare il briciolo di affetto che nutriamo per la biondina dell’Olimpo, conviene lasciarla chiusa nel cassetto dei ricordi, prima che la sua voce ci faccia implodere definitivamente la pazienza.
Giornalista, mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore) e molti contributi sono stati pubblicati in diversi saggi. Ho un laboratorio di digital stoytelling presso l’Università del Salento.
Docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alterno comunicati stampa, la mia disappunti a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.