
Nel mondo del lavoro, le parole contano. Non solo per ciò che comunicano, ma per il valore, il rispetto e la considerazione che trasmettono. Eppure, ancora oggi, in molti contesti professionali, persiste un’abitudine ingiusta e discriminatoria: chiamare gli uomini “dottore” e le donne “signorina” o “signora”, indipendentemente dal loro titolo di studio o ruolo lavorativo. Un dettaglio solo in apparenza formale, che invece riflette una mentalità radicata e un’ineguaglianza di fondo che va ben oltre il linguaggio.
Chiamare un uomo “dottore” è riconoscergli implicitamente autorità, competenza e professionalità. Lo si fa spesso in modo automatico, a prescindere dalla sua effettiva qualifica accademica. Di contro, le donne vengono spesso etichettate con formule che fanno riferimento al loro stato civile o alla loro apparenza, riducendole a una dimensione personale e privata che nulla ha a che vedere con il loro ruolo professionale.
Questa disparità linguistica è il riflesso di una cultura che, nonostante i progressi in termini di parità di genere, fatica ancora a riconoscere alle donne lo stesso prestigio e la stessa autorevolezza che vengono naturalmente attribuiti agli uomini. Non si tratta solo di parole, ma di percezione sociale: il modo in cui ci si rivolge a una persona contribuisce a determinarne il valore all’interno di un contesto lavorativo.
Il problema non è solo italiano. In molte culture esistono ancora formule di cortesia differenziate in base al genere, spesso con implicazioni gerarchiche ben precise. Tuttavia, in un’epoca in cui si lotta per la parità di opportunità, di retribuzione e di carriera, è fondamentale partire anche dal linguaggio, perché esso incide profondamente sulla percezione collettiva del ruolo delle donne nella società.
Superare questa ingiustizia significa riconoscere il merito al di là del genere. Significa chiamare “dottoressa” una donna con la stessa naturalezza con cui si chiama “dottore” un uomo, rispettando il percorso di studi e le competenze acquisite. Significa abbandonare titoli paternalistici o diminutivi che sminuiscono la professionalità femminile e, soprattutto, promuovere una cultura del rispetto basata sull’equità e sulla valorizzazione delle competenze.
Le parole costruiscono il mondo in cui viviamo. Per questo è fondamentale smettere di sottovalutare l’impatto di espressioni apparentemente innocue, ma che perpetuano stereotipi e ingiustizie. Scegliere di usare un linguaggio corretto e inclusivo non è solo una questione di forma, ma di sostanza.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.