
Non è una novità. I gruppi illeciti online esistono da anni: Telegram, Facebook, WhatsApp, forum oscuri. Canali dove circolano foto intime rubate, video clandestini, contenuti che trasformano la violenza in intrattenimento. Luoghi tossici che prosperano nell’ombra fino a quando l’ennesimo caso li porta alla luce.
In Italia li abbiamo conosciuti bene. Dal famigerato gruppo “La Bibbia 3.0” con migliaia di uomini che si scambiavano immagini private, spesso di minorenni fino allo stupro di Palermo, ripreso e diffuso in chat, diventato un contenuto “da condividere” come se fosse un meme. Episodi che dovevano bastare per dire: stop. E invece no. Ogni volta lo schema si ripete: indignazione collettiva, titoli sui giornali, promesse di controlli più severi. Poi, lentamente, il silenzio. E i gruppi riaprono, con altri nomi e altre vittime.
Questa volta, però, è diverso. Il gruppo incriminato è stato chiuso con fermezza, quasi con rapidità insolita. Ma la domanda è inevitabile: cosa è cambiato rispetto a quello che già sapevamo e che fingevamo di ignorare? Non bastavano i precedenti, i traumi individuali, le vite devastate da un click di troppo?
E non è solo un problema italiano. Nel Regno Unito il caso No Grey Zone ha mostrato quanto siano diffusi i gruppi che raccolgono immagini senza consenso, tanto da spingere il Parlamento a discutere nuove leggi. In America Latina sono noti i “packs”, collezioni di foto private trafugate e vendute come pacchetti nei mercati digitali paralleli. In Corea del Sud, lo scandalo del Nth Room ha portato alla condanna di decine di persone e ha scoperchiato un sistema organizzato di abusi e ricatti che coinvolgeva migliaia di donne.
Ogni volta, in ogni Paese, la sequenza è la stessa: si scopre, ci si scandalizza, si chiude un gruppo, si arresta qualcuno. Ma chiudere un gruppo non basta. È un atto dovuto, non una soluzione.
La radice del problema sta nella cultura che normalizza la violenza digitale, che considera la privacy un lusso e non un diritto, che trasforma l’intimità altrui in merce da consumare. Senza educazione digitale, senza leggi chiare e strumenti di prevenzione, senza responsabilità individuale e collettiva, resteremo sempre a inseguire l’ombra del prossimo scandalo.
La domanda, allora, è più grande di un click o di un algoritmo: quante volte ancora dovremo indignarci prima di cambiare davvero?

Dalla tribou di Zazibou