
Guardare non significa semplicemente vedere. È da questa distanza che sembra partire Belvedere, la mostra dedicata a Carlo Garzia negli spazi della Galleria 32 di Carovigno, visitabile fino al 13 settembre.
Fotografo barese classe 1944, Garzia ha sviluppato una ricerca che nel corso di oltre cinquant’anni ha incontrato antropologia, memoria, paesaggio e sperimentazione concettuale. La mostra, realizzata con la collaborazione di ARTES e Alberta Zallone e accompagnata da un testo critico di Carmelo Cipriani, ne raccoglie alcuni passaggi attraverso cinque sezioni: Polaroids, Maman/papa, Medicale, Persona e Parigi.
Il titolo Belvedere suggerisce già una posizione: osservare la realtà prendendo una certa distanza, cercando una visione più ampia rispetto alla singola immagine.
Nel percorso di Garzia un momento decisivo arriva negli anni Settanta con l’incontro con Mario Cresci e con una fotografia inizialmente vicina all’indagine storico-antropologica. Seguono esperienze come I grandi esclusi nel 1978 e Documenti di identità territoriale nel 1979, che contribuiscono a spostare la sua ricerca verso nuovi linguaggi visivi.
Nel 1980 Garzia è inoltre tra i fondatori di Spazio Immagine, esperienza barese dedicata alla fotografia d’autore e alla sperimentazione, che negli anni coinvolge personalità come Mimmo Jodice, Mario Cresci e Luigi Ghirri.
Proprio con Ghirri arriva uno dei passaggi centrali della sua storia: nel 1984 Garzia partecipa a Viaggio in Italia, progetto fondamentale per il rinnovamento della fotografia italiana del paesaggio, insieme, tra gli altri, a Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Guido Guidi e Mimmo Jodice.
Belvedere arriva però fino alle ricerche più intime. Una sezione ricostruisce frammenti della memoria familiare attraverso immagini, relazioni e rinvii, mentre un’altra guarda a Parigi, città fotografata e vissuta da Garzia nel segno anche della figura del flâneur.
Dall’indagine sul territorio alla memoria privata, la fotografia diventa così uno strumento per tornare sulle cose e osservarle nuovamente. Non soltanto per documentare ciò che abbiamo davanti, ma per capire cosa resta dopo averlo guardato.

Dalla tribou di Zazibou






