OLTRE L’ULTIMO CIELO. Un altare laico, una soglia tra terra e infinito: la nuova collettiva di Casa Sponge

MostreLuglio 8, 2025

Un cielo che non accetta confini. Un cielo che, come il verso del poeta palestinese Maḥmūd Darwīsh da cui prende il nome la mostra, reclama il diritto di restare libero, non sorvegliato, non armato. È da qui che parte Oltre l’ultimo cielo, la nuova collettiva curata da Francesco Perozzi e Marcella Russo a Casa Sponge (Pergola, PU), che inaugura domenica 13 luglio alle ore 12:00 e resterà visitabile fino al 21 settembre 2025, su prenotazione.

Dieci artisti, nove più uno – tra cui nomi del calibro di Nobuyoshi Araki, Grazia Toderi, Massimo Uberti – sono stati chiamati a confrontarsi con una parola che oggi pesa come una ferita: confine. Un concetto che, mentre le mappe del mondo si accartocciano su sé stesse, diventa ogni giorno più materiale, più tangibile, più crudele. Ma qui, nelle stanze intime e nei giardini aperti di Casa Sponge, il confine non è una linea invalicabile: è una soglia da attraversare.

Il progetto nasce come primo capitolo di una riflessione più ampia, che affonda le radici nel 2020, quando Casa Sponge lanciò una raccolta firme per istituire simbolicamente una no-fly zone sopra la propria sede. Un gesto tanto poetico quanto politico, che oggi torna a vibrare tra le pareti della casa con opere che, ciascuna a modo suo, disegnano traiettorie verticali, tensioni ascensionali, inviti a sollevare lo sguardo.

Il percorso espositivo è un attraversamento, fisico ed emotivo.
Mario Consiglio apre la mostra trasformando le finestre in varchi, soglie tra visibile e invisibile, tra intimità e mondo. Nel giardino, il duo Antonello Ghezzi accoglie il visitatore con un’installazione che sembra sospendere il tempo: un gesto che unisce le cose più ordinarie a ciò che ci oltrepassa, ricordandoci che siamo parte di una comunità più grande, fatta di stelle, sogni e battiti.

Salendo nelle stanze, Michele Alberto Sereni cerca margini silenziosi nella confusione urbana, mentre Nobuyoshi Araki affida alla luce il compito di sfondare il reale. I suoi scatti non catturano: liberano. In un’altra stanza, Com’è il cielo in Palestina? è la domanda che Giovanni Gaggia affida a un ricamo collettivo, steso su una coperta. È la prima volta che l’artista espone nella casa che ha fondato: lo fa per necessità, per urgenza, per dare forma a un’attesa che è insieme politica e affettiva.

Poi ci sono gli scatti di Gedske Ramløv, in cui il volo si intuisce ma non si mostra, trattenuto tra ombre e pareti chiuse. E il video di Stefania Galegati, che raccoglie voci nate durante il lockdown e le lascia salire come un canto disordinato e necessario, frammentato e reale.

Nel cuore della casa, Davide Mancini Zanchi e Grazia Toderi dialogano in una lingua fatta di costellazioni e abissi: il primo dissemina nello spazio tracce minime, quasi invisibili; la seconda accompagna lo sguardo nei territori estremi dell’altrove, dove l’intimità si confonde con il cosmo.

E poi c’è Massimo Uberti.
Il suo è un passaggio lieve, disseminato in piccoli interventi nascosti negli spazi domestici. Fino a giungere all’esterno, sulla cima del colle di Mezzanotte, dove lascia sospesa un’altalena dorata: presenza luminosa e fragile, a metà tra rito e sogno, soglia tra la terra e l’infinito. È l’ultima opera dell’artista, scomparso quest’anno. E appare oggi come una sorta di testamento: una traccia d’oro lasciata al cielo.

Oltre l’ultimo cielo è molto più di una mostra. È una dichiarazione di fiducia nell’arte come spazio di resistenza, come gesto di pace. Un atto collettivo e politico che mette in relazione l’entroterra marchigiano con le urgenze globali, le ferite aperte del mondo con la possibilità – ancora viva – di guardare in alto insieme.

Il progetto è realizzato in collaborazione con It’s hard noise (CR) e gode del patrocinio di Fondazione Italia Patria della Bellezza e Fondazione Marche Cultura. E mentre il cielo della Palestina resta sullo sfondo, immenso e ferito, da Casa Sponge si alza un segnale: piccolo, ostinato, umano.

Un invito a non smettere di guardare. E di sperare.

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