
Netflix prende uno degli uomini più discussi del suo universo reality, gli mette intorno venti donne pronte a sposarlo e costruisce una competizione sentimentale che sembra arrivare direttamente da un passato che credevamo superato. Il risultato è Let’s Marry Harry, dating show irresistibile proprio per quanto riesce a essere profondamente anacronistico.
Venti donne. Un uomo. Un possibile matrimonio e potremmo fermarci qui.
E invece Netflix nell’estate 2026 ha deciso di regalarci Let’s Marry Harry, il nuovo reality con Harry Jowsey, vecchia conoscenza di Too Hot to Handle e Perfect Match. Il programma ha debuttato il 5 agosto con sette episodi, mentre il finale arriverà il 12 agosto.
Il presupposto è semplice: Harry ha 29 anni, una lunga carriera sentimentale televisiva alle spalle e adesso sarebbe pronto per il grande salto. Vuole una moglie.
E Netflix gliene porta venti.
Abbiamo parlato per anni di sorellanza, smontato la rivalità femminile, discusso l’idea che una donna debba misurare il proprio valore sulla capacità di essere scelta da un uomo. Abbiamo ridimensionato la figura della single disperata, rivisto il matrimonio come certificato definitivo della riuscita sentimentale e imparato persino a riconoscere certe dinamiche mentre stanno accadendo.
Poi arriva Let’s Marry Harry e improvvisamente eccoci lì: un uomo, tante donne e una sola destinata ad arrivare alla fine.
E arrivare alla fine significa essere scelta.
Il protagonista è Harry Jowsey, presenza ormai familiare nell’universo dei reality sentimentali. Questa volta il gioco alza direttamente la posta e mette al centro la ricerca di una relazione destinata al matrimonio. La parte più interessante, però, accade intorno a lui, dove donne adulte, diverse per carattere, professione e storia personale entrano in un sistema che nel giro di pochissimo tempo riconduce ogni differenza alla stessa domanda: piacerò abbastanza a Harry?
Ed eccolo, l’abisso.
Il meccanismo potrebbe appartenere a un programma televisivo di vent’anni fa. L’uomo guarda, conosce, valuta, mentre le donne cercano spazio, conquistano attenzione e aspettano di capire se quel tempo trascorso insieme sarà sufficiente per proseguire. Il desiderio diventa così una graduatoria sentimentale e l’amore assume rapidamente la forma di una selezione.
La cosa più interessante è osservare quanto facilmente il format riesca a produrre rivalità. Basta rendere scarsa una risorsa e, in questo caso, la risorsa è Harry. Il tempo passato con lui acquista valore, un bacio modifica gli equilibri, una conversazione intima diventa un vantaggio e un appuntamento esclusivo assume immediatamente il peso di una conquista.
Una donna che in qualsiasi altro contesto potrebbe diventare un’amica si trasforma così nella persona che occupa il posto desiderato da un’altra. Del resto la solidarietà produce raramente un buon cliffhanger, mentre la competizione televisiva funziona benissimo. Le concorrenti cominciano quindi a studiarsi, confrontarsi, irritarsi e cercare di capire quale caratteristica possa renderle più interessanti, autentiche, desiderabili o semplicemente più adatte a lui.
Ed è qui che arriva una domanda molto meno frivola del programma che la contiene: quando abbiamo ricominciato a considerarci concorrenti?
Harry, nel frattempo, gode di una libertà sentimentale molto più ampia. Può esplorare connessioni differenti, cambiare idea, provare attrazione per più persone e passare da un’intimità all’altra perché questa possibilità appartiene alle regole stesse del gioco. Per le concorrenti vale invece una geometria completamente diversa: tutte le linee convergono verso lo stesso punto.
Lui possiede molte possibilità, mentre per loro la possibilità è Harry.
Sotto appuntamenti, piscine, confessionali, abiti da sera e scenografie perfettamente illuminate riappare quindi una delle strutture narrative più antiche del corteggiamento: un uomo sceglie e una donna spera di essere scelta. Soltanto che adesso tutto questo arriva in streaming, confezionato dentro il linguaggio contemporaneo dell’autenticità, della connessione e della maturità emotiva.
C’è poi un’altra idea che programmi come questo continuano ad alimentare: l’esistenza della “donna giusta”. Ma giusta per chi? La concorrente ideale viene inevitabilmente raccontata in relazione al protagonista. Deve essere compatibile con lui, comprenderlo, sorprenderlo, rassicurarlo e, possibilmente, possedere proprio ciò che servirebbe per accompagnare la sua trasformazione sentimentale.
Persino caratteristiche che dovrebbero appartenere autonomamente a una persona finiscono per essere lette attraverso Harry. L’indipendenza diventa interessante perché potrebbe stimolarlo, la sensibilità perché potrebbe aiutarlo ad aprirsi, l’ironia perché potrebbe tenergli testa, la dolcezza perché potrebbe offrirgli stabilità.
Lui rimane il sostantivo, loro diventano aggettivi.
La parte più scomoda arriva quando anche chi guarda entra nel gioco. Bastano pochi episodi per sviluppare simpatie, individuare la concorrente che sembra sincera, sospettare quella che appare più costruita, decidere chi potrebbe essere davvero compatibile con Harry e aspettare con curiosità l’eliminazione successiva.
A quel punto il format ha già vinto, perché siamo entrati esattamente nello stesso sistema di valutazione che stavamo osservando dall’esterno. Anche noi cominciamo a classificare quelle donne sulla base della loro idoneità sentimentale e a chiederci quale meriti maggiormente di restare.
È probabilmente questa la contraddizione più contemporanea di Let’s Marry Harry. Possiamo riconoscere perfettamente il problema e continuare a divertirci guardandolo, parlare di decostruzione mentre aspettiamo l’eliminazione successiva, desiderare la sorellanza e premere immediatamente “prossimo episodio” quando comincia una lite.
Il reality conosce perfettamente questa debolezza e ci costruisce sopra il proprio spettacolo.
Alla fine Let’s Marry Harry racconta molto meno dell’amore di quanto sembri e molto di più dell’intrattenimento contemporaneo. Prende modelli sentimentali antichissimi, li veste con il lessico della consapevolezza emotiva, li immerge in una scenografia patinata e affida tutto a donne che appartengono pienamente al presente.
Poi rimette l’uomo al centro e costruisce intorno a lui la competizione.
Ed è questo a rendere il programma insieme assurdo e irresistibile: dopo anni trascorsi a mettere in discussione l’idea che il valore femminile possa dipendere dallo sguardo maschile, ci ritroviamo davanti a uno show costruito esattamente sulla domanda che pensavamo di avere archiviato: chi riuscirà a farsi scegliere?
L’abisso del femminismo, a quanto pare, assomiglia parecchio a un dating show.
E si guarda terribilmente bene.

Dalla tribou di Zazibou






