
Ci sono fotografi che rincorrono la luce, Francesco Sambati, invece, sembra abitarla. Le sue immagini non gridano, sono finestre leggere, aperte su un Salento in penombra, fatto di silenzi, di polveri sottili, di malinconie che sfiorano la pelle. Niente cartoline patinate né folklore da depliant. Sambati fotografa per dispetto, dice lui — e già questo basterebbe.
Eppure, dietro questa apparente riluttanza si nasconde una coerenza poetica rara. Una visione che, nel tempo, ha saputo parlare al mondo intero, senza mai tradire la propria voce. Dalle campagne per Polaroid alle mostre internazionali, la sua estetica fragile e potente, che sfiora la pittura e lambisce il racconto, è diventata una delle espressioni più autentiche della fotografia contemporanea italiana.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo rapporto con il Salento (tutt’altro che idilliaco), la lentezza come scelta politica, l’amore per Hugo Pratt e l’irrinunciabile magia dello scatto istantaneo. E ci siamo ritrovati — tra diffidenze, attese e nostalgie — dentro un mondo in cui anche il buio, a volte, sa brillare.
Il Salento è spesso protagonista silenzioso delle tue immagini. Che rapporto hai con la tua terra e come influenza il tuo lavoro?
Vorrei poter dire che è un rapporto idilliaco, ma purtroppo è tutto il contrario. Più che influenza è un guardarsi in cagnesco reciprocamente, perché diciamolo, il Salento non è solo quello mostrato nelle foto costruite, luccicanti ed evocative e io non faccio altro che mostrare questo reciproco non essere generosi l’uno con l’altro e iniziare a fotografarlo in un certo modo quasi per dispetto.
Col tempo il sentimento si è un poco affievolito, ora ci guardiamo con diffidenza.
La tua è una fotografia profondamente evocativa, che sembra sfiorare la pittura. Quali sono le tue ispirazioni visive e letterarie?
Dunque, non delle specifiche ispirazioni visive, soprattutto fotografiche. Quando ho iniziato a fotografare, non ero ancora interessato al mondo della fotografia, tant’è che a volte mi sentivo dire “Sembra una foto di…” e io non sapevo di chi parlassero. Nel frattempo ho ovviamente colmato le lacune, ma se proprio dovessi individuare un’ispirazione involontaria, visiva e letteraria allo stesso tempo, direi Hugo Pratt.
I suoi acquerelli, le vignette pastello, le ombreggiature…
I tuoi lavori dal Salento hanno fatto il giro del mondo. Quale tra tutti ti rende più orgoglioso e che storia c’è dietro a quel lavoro?
Sicuramente un lavoro commissionato un paio di anni dalla Polaroid. Ho partecipato a diverse loro campagne pubblicitarie (e voglio specificare che per le loro campagne non vogliono foto “commerciali”, ma puntano molto sul lato autoriale) ma quella che mi ha molto inorgoglito era una campagna globale ed io fui uno dei 10 fotografi scelti nel mondo. Il tema del lavoro era l’attesa e devo dire che vedere i cartelloni con le mie foto affisse, sparsi nelle maggiori metropoli mondiali, è stato appagante.
In un mondo di immagini veloci e iper-sature, la tua fotografia invita alla lentezza e al silenzio. Che senso ha oggi, secondo te, fotografare in questo modo?
Non so se ha un senso, ma è certamente una risposta spontanea al continuo bombardamento di immagini e sottolineo “immagini” perché spesso non si tratta nemmeno di Fotografia. Anche l’essere presenti continuamente sui social per restare a galla diventa una forzatura e io stesso, quando devo pubblicare qualcosa sui social, lo faccio con riluttanza perché mi sento quasi obbligato e cerco di farlo
con una lentezza che sento necessaria, perché ormai non farlo equivale ad un suicidio professionale (d’altronde i lavori più grossi li ho avuti proprio tramite i social). Bisogna semplicemente trovare il respiro giusto nel “fare”.
Quali possibilità narrative ti offre la Polaroid rispetto alla fotografia digitale e come influisce l’irreversibilità dello scatto istantaneo sul tuo modo di guardare il mondo?
La Polaroid ti obbliga innanzitutto a pensare velocemente di più per una questione pratica: non ti permette di scattare a raffica come in digitale già solo per una questione di costi delle pellicole.
Bisogna esser veloci perché non puoi permetterti di “sbagliare” perché non esiste il “Poi la sistemo dopo” come per il digitale. Ma il fascino delle Polaroid è proprio questo, anche scattando la stessa foto più volte, ogni foto sarà diversa dall’altra e quando alla fine ti ritrovi ad osservare nell’insieme quelle foto tangibili e reali, come se fossero delle piccole finestre sul mondo, sembra di osservare un grande storyboard dove l’unico limite nella narrazione è la fantasia del fotografo.
Per sbirciare tra i suoi lavori: 👁️
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.