
Volti che parlano senza parole, colori che si intrecciano come fili di un ricamo antico. L’universo visivo di Enrica Ciurli è un viaggio nella memoria femminile, nelle sue radici silenziose e potenti. Ogni ritratto è una soglia aperta, un invito a rallentare lo sguardo, ad ascoltare ciò che resta sotto la superficie. Alcune opere si lasciano guardare, altre che ti guardano e quelle di Enrica Ciurli fanno entrambe le cose. Ti osservano mentre le osservi. Ti portano dentro, con dolcezza e forza, con uno stile pittorico immediatamente riconoscibile – che si ama al primo sguardo. L’artista nata a Galatina, formatasi tra Lecce, Roma e Istanbul, riesce a rendere visibile ciò che spesso resta nascosto: la profondità silenziosa dei volti, la memoria dei gesti, la forza che abita le radici.
La sua partecipazione al Festival Caloma, nell’ambito del progetto Selvatica – visioni di paesaggio a cura dell’associazione Oikos, è un atto d’amore e restituzione. La mostra si inserisce nel percorso di ricerca visiva e narrativa sulla comunità di Casamassella, dove il paesaggio non è solo fisico, ma anche affettivo e culturale. Ed è proprio in questo orizzonte che Enrica Ciurli traccia il suo racconto: Volti, fili, radici.
Il cuore della sua opera sono i ritratti delle donne della Fondazione Le Costantine. Ma non è un semplice omaggio: è un incontro, uno scambio, una nuova pelle donata a chi ha ricamato la storia con mani visionarie. Quei volti diventano specchi, simboli viventi di un’eredità femminile che continua a fiorire. Sono volti che raccontano forza e pazienza, bellezza quotidiana e sapienza tramandata.
Ciurli guarda al passato per illuminare il presente. E lo fa evocando la figura straordinaria di Carolina De Viti De Marco, che agli inizi del Novecento fonda la Scuola di Casamassella, dove il telaio diventa strumento di libertà e il filo si intreccia all’emancipazione. Le sue eredi, Giulia Starace e Lucia De Viti De Marco, daranno corpo a quella visione nel 1982, fondando Le Costantine: una comunità in cui l’artigianato si fonde con l’agricoltura, l’ospitalità con l’educazione, la terra con la cura.
Enrica Ciurli coglie tutto questo in uno sguardo. Raccoglie fili di memoria e li tesse in ritratti che sono poesia visiva. Le sue figure sembrano emergere dalla terra stessa, tra pigmenti e ricordi, tra luce e materia. Sono donne che hanno ricamato il mondo e che continuano a farlo. Madri di possibilità. Radici e rivoluzione.
Artista pluripremiata, Enrica Ciurli ha partecipato alla Triennale dopo gli studi alla Marmara Universitesi di Istanbul, e ha affiancato alla sua ricerca personale anche progetti artistici dedicati all’infanzia, come Did you see anybody, Dodomu (ispirato all’arte di Hervé Tullet) e Àmati Amàti. In ogni progetto, la sua cifra resta inconfondibile: una pittura che è gesto di cura, sguardo che accoglie, narrazione che avvolge.
La sua mostra a Casamassella è, prima di tutto, un invito a riconoscersi in volti che sono specchi e in fili che, invisibili, ci legano tutte e tutti. Arte di donne, per le donne, ma anche per chi ha occhi abbastanza attenti da riconoscerne la potenza.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.