
Goffredo Fofi è stato, ed è, una coscienza critica. Non una voce qualsiasi nel coro, ma quella stonatura necessaria che ti costringe ad ascoltare meglio, a mettere in discussione le convinzioni più comode, a togliere il velo dell’indifferenza. Un intellettuale nel senso più pieno e scomodo del termine: mai colluso, mai allineato, profondamente radicato nella realtà eppure sempre un passo oltre, a indicare direzioni che altri non vedevano o non volevano vedere.
Classe 1937, meridionale trapiantato a Torino, militante nelle ACLI prima e nell’universo della sinistra non dogmatica poi, Fofi è stato un instancabile esploratore delle marginalità: non per vezzo sociologico, ma per convinzione politica e morale. Ha raccontato gli ultimi, gli esclusi, i migranti, i contadini del Sud, gli operai delle periferie urbane, i ragazzi difficili e i maestri di frontiera. Li ha raccontati con empatia, ma anche con rigore, con quella capacità rara di unire lo sguardo dello studioso alla voce del testimone.
In un’epoca che idolatra l’esperto e la neutralità, Fofi ha sempre rivendicato il diritto (e il dovere) di prendere posizione. Per lui cultura e impegno sono inscindibili. Leggere, recensire, scrivere, dirigere riviste, vedere film o fondare centri culturali come il Centro Francescano di Ascolto o Gli Asini, tutto aveva senso solo se era strumento di trasformazione sociale. Ogni suo gesto, ogni suo articolo, è stato parte di una pedagogia civile.
Fofi ha insegnato che la cultura non è intrattenimento, ma un campo di battaglia. Che un libro, un film, un articolo possono ancora cambiare la vita delle persone. Che la critica non è una professione, ma una forma di responsabilità. Che bisogna scegliere, sempre: da che parte stare, con chi stare, a favore di chi parlare. In un tempo in cui la cultura spesso si limita a descrivere il mondo, Fofi ci ha ricordato che il compito più alto dell’intellettuale è provare a cambiarlo.
E lo ha fatto con uno stile inconfondibile: asciutto, diretto, mai barocco. Con una lingua che non cercava l’effetto, ma la verità. Con la capacità di vedere ciò che non va, ma anche ciò che potrebbe essere.
Lo dobbiamo considerare uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo perché ha saputo restare libero, anche quando la libertà era una forma di isolamento. Perché ha parlato dei poveri senza pietismo e dei potenti senza reverenza. Perché ha amato profondamente la scuola, il cinema, la letteratura, ma ha sempre ricordato che nessuna opera d’arte è più importante della dignità di chi la guarda o la legge.
In un’epoca di intellettuali-spettatori, Fofi è stato un intellettuale-partigiano. E ci mancherà — non solo la sua voce, ma il suo sguardo, il suo coraggio, la sua fatica di credere ancora che valga la pena essere, ostinatamente, dalla parte giusta.
Mi occupo di comunicazione culturale ed eventi. Curo strategie editoriali e campagne social con un occhio sempre attento alle parole, quelle giuste, e alle persone, quelle che fanno la differenza.
Nel 2021, ho pubblicato “Marketing per eventi culturali” (Flaccovio Editore); sono docente di marketing culturale, collaboro con musei, comuni, teatri, festival e riviste, alternando comunicati stampa a disappunti poetici, project management a sorteggi di libri che leggo e consiglio ogni settimana.
Vivo e lavoro nel Salento, qui dove si coltivano idee, si sperimentano linguaggi e si trovano scorci perfetti per ripensare tutto. Guardo troppe serie tv, amo il cinema di Woody Allen e viaggio con il mio zaino Biagio. Ho due gatti, Stanis & Gigio, e spesso invidio la loro capacità di ignorare il mondo quando serve.